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Emigrare non è sempre una libera scelta PDF Stampa E-mail
giovedì 03 novembre 2005

Emigrare non è sempre una libera scelta.

Organizzare l’emigrazione per organizzare la liberazione nazionale e sociale sarda

(Contributo al congresso della Confederazione Sindacale Sarda C.S.S)

 

Le società a capitalismo avanzato si fondano sul postulato della libertà.

Libertà di commercio, libertà di accumulare ricchezze, di massimizzare profitti, di impiegare manodopera, di reinvestire capitale e libertà di circolazione delle merci.

I sardi emigrati sono circa un milione e la propaganda borghese vuole convincerci che ciò che muove i sardi verso l’Italia o verso altre parti del mondo è la libertà di viaggiare, di fare nuove esperienze lavorative, di cercare fortuna lontano dalla propria matrice storica e culturale. Forse una parte dei sardi emigrati si sposta effettivamente perché desiderosa di altre esperienze di vita e lavorative, ma sicuramente non si tratta  della stragrande maggioranza del popolo lavoratore sardo.

Quella di chi ha più di vent’anni oggi è una generazione di emigranti peculiare rispetto all’emigrazione storica. Oggi la Sardigna non esporta più soltanto manodopera da impiegare nelle industrie del Nord, dalla Sardegna partono spesso staccando biglietti di sola andata intellettuali, tecnici, artisti, studenti, precari che costituiscono larga parte della nuova classe lavoratrice. La Sardigna è  nei fatti un gigantesco bacino di general intellect e di manodopera in senso classico da cui il padronato italiano congiunto con la borghesia compradora sarda attingono a piene mani. 

Come giustamente sostiene la CSS “Il lavoro dei sardi non è diverso (né tecnicamente né qualitativamente) da quello delle altre donne e altri uomini del mondo”, ma noi sardi viviamo un doppio sfruttamento sia tecnico che qualitativo. Tutti sanno che nell’isola ci sono picchi di disoccupazione che raggiungono il 40% ma non si tratta solo di questo. Con l’emigrazione spesso si compie quel ciclo di demolizione sistematica della cultura e della storia che compongono la fibra del nostro popolo. Quando un sardo emigra non va soltanto incontro ad un lavoro precario, flessibile, spesso mal pagato e inserito in ciclo produttivo sempre più privo di diritti e garanzie sociali. Quando un sardo emigra va in contro al logorio sistematico del tempo e dell’ambiente circostante che completano l’opera, già massicciamente intrapresa in patria, di annichilimento della sua lingua, della sua memoria storica, della sua particolare concezione del mondo e delle cose. Il cerchio si chiude quando smettiamo di sentirci sardi, quando proviamo disinteresse per le violenze coloniali che la nostra terra subisce o quando seduti a qualche tavolino di un circolo dei sardi che spaccia formaggelle, salsicce e poster di spiagge famose pensiamo, rigorosamente in lingua italiana, ai bei tempi andati o ci sentiamo dominati da quel senso di vergogna e di impotenza che caratterizza la psicologia dei colonizzati.

Sardigna Ruja vuole organizzare la compagine sana dell’emigrazione sarda ed affermare con forza che nella maggior parte dei casi non emigriamo per noia, per divertimento o per curiosità ma perché costretti da un sistema coloniale che ha trasformato la nostra terra in una gigantesca caserma di carabinieri, in una serie infinita di alberghi di lusso e di villaggi turistici, in una galassia di basi militari italiane, americane, NATO. Se un sardo desidera fare qualcosa di diverso dal mestiere di carabiniere, soldato, facchino dei turisti, cameriere, spesso è obbligato a fare le valigie e a timbrare il biglietto di sola andata che lo strappa dalle sue radici e dalla sua comunità. L’emigrazione agisce insomma come fattore costante e calcolato nel processo di cancellazione della Nazione Sarda e la diaspora che ne consegue è uno dei tasselli più importanti nella storia di demolizione sistematica della possibilità di riscatto nazionale e di emancipazione sociale del nostro popolo.

Sardigna Ruja saluta quindi l’iniziativa della CSS come ha salutato da poco la lotta intrapresa  dalle principali organizzazioni indipendentiste contro la base americana di S. Stefano. Questo perché siamo convinti che sconfiggere il colonialismo, l’occupazione militare, lo spopolamento delle zone interne, la demolizione della lingua e della cultura è possibile soltanto se tutti i patrioti riescono a creare organismi strutturati e competenti su tutti i diversi livelli della vita sociale dei sardi.

Bisogna che lavoratori, studenti, precari, emigrati abbiano la possibilità di maturare la propria coscienza di classe sul terreno della lotta per una Sardigna  emancipata dalle servitù militari ed economiche. Allo stesso tempo è necessario però che il popolo lavoratore sardo costruisca la sua identità nazionale sul terreno più generale dell’inter-nazionalismo proletario e della lotta generale contro le guerre imperialiste, contro lo sfruttamento, contro le privatizzazioni, le esternalizzazioni: insomma  contro le strutture portanti del modo di produzione capitalistico.

Stiamo lavorando a tessere la tela della sinistra indipendentista, e tutto ciò che si muove nel senso di un movimento complessivo di liberazione nazionale e di liberazione sociale non può che ricevere il nostro appoggio, il nostro sostegno, la nostra complicità.

 

Vi auguriamo un lavoro buono e fecondo e vi salutiamo a pugno chiuso dal cuore dello stato colonizzatore.

 

Sardigna Ruja (Associazione dei sardi emigrati)

 
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